Il sentiero continua…

Il sentiero che continua

Camminavo lungo un sentiero. Non è sempre stato un sentiero facile.

Ci sono state salite ripide, giornate di nebbia, pietre sotto i piedi e momenti in cui il vento sembrava soffiare proprio nella direzione opposta.

Eppure, voltandomi indietro, mi accorsi di una cosa semplice:

…non aveva mai smesso di camminare.

Nello zaino portavo alcune cose che raccontavano il viaggio.

Una matita, consumata dal tempo.

Con quella matita ho imparato a disegnare oggetti, edifici e tanto altro. Ma soprattutto ho imparato che progettare significa immaginare ciò che ancora non esiste.

La laurea in architettura mi ha insegnato a cercare equilibrio tra spazio, materia e luce. Il master mi ha ricordato che non si smette mai di imparare e che la curiosità, quando rimane viva, è una delle forme più belle della giovinezza interiore.

Poi, nello zaino, c’era una cintura nera.

Quella cintura racconta un altro percorso. Sul tatami ho imparato che la forza non consiste sempre nel contrastare ciò che ci viene incontro. A volte bisogna ascoltarlo, assecondarlo, trasformarlo. Il judo mi ha insegnato l’equilibrio. E anche una cosa ancora più importante:

si può cadere senza essere sconfitti.

Cinque dan non sono un titolo da mostrare, ma una lunga lezione di disciplina, rispetto, pazienza e capacità di rialzarsi.

Poi, però, nella mia vita è arrivato un giorno in cui nessuna tecnica, nessuna disciplina, nessuna conoscenza mi è servita a evitare una caduta.

Ho perso la mia compagna di vita.

E quella è stata una caduta diversa da tutte le altre. Non c’era un tatami su cui rialzarsi. Non c’era un avversario da comprendere. Non c’era un progetto da ridisegnare C’era soltanto un’assenza.

Per molto tempo ho camminato con quella mancanza accanto. A volte mi sembrava persino di sentirne la voce. Non una voce vera, ma quella che rimane dentro di noi quando qualcuno ci ha conosciuti davvero.

Lei mi ha insegnato molte cose.

Non attraverso grandi discorsi, ma con la pazienza dei piccoli gesti, con la saggezza delle parole dette al momento giusto, con quella capacità tutta sua di vedere oltre la fretta, oltre l’orgoglio, oltre le difficoltà del momento.

E più passava il tempo, più comprendevo una verità che forse prima non aveva saputo vedere:

molto di ciò che era riuscito a costruire nella propria vita lo doveva anche a lei.

Alla sua pazienza. Alla sua saggezza. Alla capacità di esserci quando avevo bisogno di qualcuno che credesse in me, anche quando io stesso faceva fatica a farlo. Lei non mi aveva semplicemente camminato accanto. In tanti momenti aveva contribuito a indicarmi la strada.

E quando quella strada è diventata improvvisamente silenziosa, ho dovuto imparare a camminare portando con me non soltanto il dolore della perdita, ma anche la ricchezza di ciò che avevo ricevuto.

Fu allora che capì una cosa.

Le persone che amiamo non scompaiono davvero quando se ne vanno.

Rimangono nelle nostre mani, nel modo in cui guardiamo il mondo, nelle parole che scegliamo, nella pazienza che impariamo ad avere, nelle piccole cose che facciamo quasi senza accorgercene.

Rimangono dentro ciò che siamo diventati.

Così, lentamente, smisi di guardare soltanto a ciò che avevo perduto e imparai a riconoscere ciò che avevo ricevuto.

E quel riconoscimento divenne una forma nuova di presenza.

Il sentiero, però, non finiva lì.

Continuava.

E lungo quel sentiero c’erano ancora persone, affetti, incontri e ragioni per guardare avanti. Prima di tutto una figlia meravigliosa, che rappresenta la parte più preziosa di ciò che abbiamo costruito insieme. E poi la famiglia e gli amici, quelli che hanno saputo esserci, magari con una parola, una risata, una presenza silenziosa, quando il cammino diventava più difficile.

A loro, e a ciò che ancora la vita mi concede, devo la voglia di continuare a camminare.

Con nello zaino ciò che il tempo mi ha insegnato, con il ricordo di chi non cammina più al mio fianco e con lo sguardo rivolto a ciò che ancora non conosco.

Perché il sentiero della vita non si interrompe con una perdita. Cambia direzione.

E, finché ci sarà un passo da compiere, ci sarà ancora una strada da percorrere.

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