
Io e io
Il maestro si inginocchia. Non è un estraneo che stringe quella cintura bianca: sono io stesso, tanti anni prima. E in quel silenzio del dojo, tra un respiro e l’altro, l’io adulto parla all’io bambino.
Sono te. Lo so che sembra assurdo detto così, ma è la verità più semplice che ti dirò oggi: sono te, arrivato fin qui, con questa cintura nera consumata dal tempo e dalle cadute. Sto per stringerti l’obi, come faranno migliaia di volte le mie stesse mani su questo tessuto, ma oggi lo faccio sapendo qualcosa che tu non sai ancora — e voglio dartelo, non come previsione, ma come dono.
Non ti chiederò di essere forte. Il judo non ti chiederà mai questo, anche se ci vorranno anni per capirlo. Ju significa cedevole. Non arrenderti — cedere. C’è una differenza enorme, e la imparerai un centimetro alla volta, caduta dopo caduta, su questo tatami che oggi ti sembra grande come il mondo intero.
Ti dirò cosa ti aspetta, con la sincerità che solo te puoi permetterti con te stesso. Ci saranno stagioni in cui penserai di aver perso tutto — non solo gare, ma direzioni, persone, pezzi di te che credevi indistruttibili. La vita, fuori da qui, non ha gli arbitri del judo: non fischia, non ferma il combattimento quando sei a terra. A volte ti colpirà quando meno te lo aspetti, senza la cortesia di un rei prima dell’attacco. Ma tu — ascoltami bene, perché questa è la parte che conta — tu hai già dentro di te l’unica cosa che serve per attraversare tutto questo: sai cadere.
L’ukemi non è una tecnica per il tatami. È una filosofia per la vita intera. Ti insegneranno a portare il mento al petto, a distribuire l’impatto, a non opporre resistenza rigida al pavimento ma ad accoglierlo, respirando. Ecco: quello che imparerai con il corpo a cinque anni, lo capirai con la mente a cinquanta. Non è la caduta a definirti. È come ti rialzi, con quale calma, con quale rispetto per te stesso.
Ci saranno maestri che ti feriranno senza volerlo e altri che ti salveranno con una sola parola, detta al momento esatto in cui ne avevi bisogno. Ci saranno compagni che diventeranno la tua vera famiglia, e altri che il tatami della vita ti porterà via senza spiegazioni. Imparerai che il vero avversario non è mai stato l’altro. Sei sempre stato tu — il tuo ego, la tua fretta, la tua paura di non essere abbastanza. Il judo ti insegnerà a vincere quell’unico combattimento che conta davvero, giorno dopo giorno, senza mai dichiararlo vinto per sempre.
Arriverà un momento — te lo dico con la tenerezza di chi lo ha già vissuto — in cui il corpo non risponderà più come oggi. Guarderai i più giovani muoversi con una leggerezza che tu non hai più, e per un istante ti chiederai se ha ancora senso inginocchiarti su questi tatami. In quel momento, ricordati di questo istante: ricordati che il bambino che sei stato non ha mai chiesto di essere il più forte, il più veloce, il migliore. Ha chiesto solo di tornare. Sempre. Anche quando faceva male, anche quando sembrava inutile, anche quando nessuno guardava.
Questo — te lo prometto, perché è già successo — sarà sufficiente.
Non ti dico “andrà tutto bene”, perché a cinque anni riconosci già le bugie gentili degli adulti. Ti dico una cosa più vera e più semplice: cadrai molte volte, ma ogni singola volta saprai rialzarti, perché io — che sono te, arrivato fin qui — sono la prova vivente che quella cintura bianca che sto per stringerti oggi diventerà, un giorno lontano, la cintura nera con cui inginocchiarmi davanti a te.
Il cerchio non si chiude qui, in questo dojo, in questa luce… Ricomincia, sempre uguale e sempre nuovo…
Rei. 🥋
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